STOA' CONSIGLIA

 

LUIGI BETTAZZI

Il Concilio, i Giovani e il Popolo di Dio
In attesa di incontrare personalmente Mons.Luigi Bettazzi, il prossimo venerdì 17 gennaio, proponiamo la lettura di un suo noto testo, attraverso una recensione tratta dal portale VinoNuovo.it.

Il Concilio, i giovani e il popolo di Dio
di Luigi Bettazzi
Il Vaticano II raccontato a chi allora non c'era da uno dei suoi protagonisti

Le novità pastorali del Concilio spiegate da un testimone autorevole come il fondatore di Pax Christi, vescovo emerito di Ivrea e già ausiliare a Bologna. Un pastore che - com'è suo solito - privilegia un racconto dallo stile essenziale (e colloquiale) per narrare un evento vissuto di persona ("il Signore e la Chiesa mi avevano fatto la grazie di parteciparvi") e come esso si sia poi sviluppato nella riflessione successiva e nelle prospettive di attuazione già sperimentate o non ancora pienamente realizzate.

Un libro rivolto a tutti, giovani inclusi, come spiega nella presentazione, perché per tutto il popolo di Dio era stato convocato ("un Concilio per la gente di oggi") e a tutti sono rivolte le "risposte" del Vaticano II.

Riportiamo qui alcuni passi da "Nel popolo di Dio!", una delle risposte riguardo allo specifico cristiano: l'atteggiamento del servizio sull'esempio di Gesù, un servizio che accomuna tutti, preti e laici, tutti "sacerdoti, re e profeti".

Gesù ha manifestato la diversità inoppugnabile che deve manifestarsi tra i poteri del mondo civile e quelli del mondo ecclesiale: "Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20,25-28). E Giovanni, che scrive il suo Vangelo dopo le prime esperienze della comunità cristiana e vede forse la tendenza dei capi a emergere, con tutti i rischi evidenti anche nelle comunità ebraiche originarie, riassumerà l'ultima cena in una frase ("avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" Gv 13,1), per dilungarsi invece a descrivere un gesto di Gesù, il cui significato viene espresso dall'introduzione solenne "Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita ...". Poi spiega: "Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono, Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare in piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io a voi" (Gv 13,12-15).

Giovanni dice così che l'Eucaristia ha il suo pieno valore se è compiuta nello spirito del servizio, che è quello che ha animato Gesù in tutta la sua vita. E se l'Eucaristia va fatta per rendere presente Gesù Cristo, ("fate questo in memoria di me"- Lc 22,19), Cristo va reso presente anche nella realtà del servizio ("perché anche voi facciate come io ho fatto a voi" - Gv 13,15). Le parole di Gesù sono talmente perentorie che evidentemente non possono limitarsi ad un atteggiamento di servizio tra i successori degli Apostoli (ma anche fra essi!), ma devono estendersi all'atteggiamento generale fra i membri della Chiesa e dei membri della Chiesa verso tutta l'umanità.

Mi riferisco al rapporto fra la gerarchi e l'insieme dei fedeli all'interno del popolo di Dio rapporto non a caso denominato "servizio", cioè in latino "ministero", dove il minus-meno si contrappone al magis-più del magistero.

Le grandi funzioni della gerarchia - ministero e magistero - vanno commisurate alla finalità cui devono contribuire. E così il magistero è tanto più adeguato non quanto più si esprime in modo profondo e raffinato, bensì quanto più riesce a rendere i fedeli convinti e coerenti. Così come il sacerdozio ministeriale non è efficace in rapporto alla sontuosità o alla ricchezza cultuale dei suoi riti, bensì nella misura in cui alimenta la sacerdotalità dei fedeli, cioè la loro vita di grazia; così come il ministero, ossia il servizio della comunione, non è tanto più efficace quanto più consolida i fedeli costruendo mura per la difesa dai nemici (l'antico inno al papa cantava: "Al tuo cenno, alla tua voce, un esercito all'altar!"), ma quanto più fa sperimentare, per la grazia dello Spirito, la "convivialità delle differenze" (per usare un'espressione di mons. Bello), per poter poi essere profeti e operatori di pace, appunto di "convivialità delle differenze" nel mondo. E poiché è tutta la Chiesa chiamata a essere "lievito" del regno di Dio, lo è ogni cristiano, servendosi appunto delle grazie della sua unione con Cristo.

Credo che questa "rivoluzione copernicana", di una visuale che parte dal "popolo di Dio"m come "corpo di Cristo" e di una gerarchia che è al servizio dei fedeli, tardi a realizzarsi, anche perché era più semplice per noi clero immedesimarci con la Chiesa, di cui siamo a servizio a tempo pieno e con una preparazione specifica, predicando ai fedeli il dovere dell'obbedienza e magari ricordando che eventuali limiti umani dei ministri non ostacolano la realtà del dono di grazia.

Se più che mai oggi - nella molteplicità e varietà delle culture, delle indoli e dei talenti - la gerarchia dovrà dialogare e in un certo senso farsi condizionare dalla mentalità e dalle competenze dei fedeli questi dovranno assumersi la responsabilità non solo di essere missionari, cioè testimoni del Vangelo nelle loro famiglie, nel lavoro, nella vita sociale e politica, ma dovranno sentirsi corresponsabili - per Cristo, con Cristo e in Cristo - della vita e del cammino della Chiesa sul piano della fede, della speranza, della carità.

E' un grande compito che forse noi clero stentiamo a riconoscere ai fedeli, abituati come siamo a considerare che noi siamo la Chiesa e che i fedeli ne sono i beneficiari, ma che anche i fedeli - come singoli e come gruppi o movimenti - devono sentire come proprio, ovviamente sotto la guida di chi ne ha le responsabilità gerarchiche, ricordando che se la gerarchia ha il carisma dell'"ultima parola", questo può esercitarsi veramente solo dopo che si sono state "altre parole": perché l'"ultima" non sarebbe più tale se risultasse l'"unica.

a cura di Maria Teresa Pontara Pederiva
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